Afghanistan, sul linciaggio di Farkhunda condanna «salomonica»

 

- Giuliano Battiston, KABUL, 20.05.2015 “Il Manifesto”

 

Afghanistan. Attentato talebano, il terzo in sei giorni

20est1 Farkhunda-Malikzada

 

Da Kabul, una noti­zia buona e una cat­tiva. La cat­tiva è che ieri i Tale­bani hanno col­pito di nuovo in città, almeno 4 i morti e una ven­tina i feriti. La seconda è che 11 poli­ziotti sono stati con­dan­nati in primo grado a un anno di pri­gione per non aver impe­dito la morte di Far­khunda (nella foto), la ven­tot­tenne lin­ciata e bru­ciata viva il 19 marzo davanti alla moschea Shah-e Du Sham­shira (del Re delle due spade), in pieno cen­tro a Kabul. Par­tiamo dalla brutta noti­zia. Alle 16.30 di ieri un’autobomba carica di esplo­sivo è stata fatta sal­tare in aria nel par­cheg­gio del mini­stero della Giustizia.

Un obiet­tivo facile, per i Tale­bani, che hanno riven­di­cato l’attentato annun­ciando nuovi attac­chi con­tro impie­gati e fun­zio­nari del mini­stero. Già nelle set­ti­mane scorse ci hanno rimesso la pelle 3 pro­cu­ra­tori. L’esplosione di ieri desta pre­oc­cu­pa­zione: è il terzo atten­tato in una set­ti­mana. Mer­co­ledì scorso, men­tre dalla Tur­chia il segre­ta­rio della Nato annun­ciava una nuova mis­sione post-2016 in Afgha­ni­stan, 14 per­sone – tra cui l’italiano San­dro Abati – veni­vano uccise in un raid al Park Palace Hotel. Dome­nica, l’attentato presso l’aeroporto con­tro un vei­colo dell’Eupol, la mis­sione di poli­zia dell’Unione euro­pea: 4 vit­time, tra cui due sorel­line che anda­vano a scuola. E ieri, l’autobomba nel par­cheg­gio del mini­stero della Giu­sti­zia, in una delle zone più traf­fi­cate di Kabul.

Le rea­zioni, qui in città, sono diverse: qual­cuno è sor­preso. Meglio, deluso. Per­ché si aspet­tava che il recente avvi­ci­na­mento tra il governo del pre­si­dente Ash­raf Ghani e la lea­der­ship tale­bana in Qatar por­tasse qual­cosa di buono. Se non un ces­sate il fuoco vero e pro­prio, per­lo­meno una pro­gres­siva ridu­zione delle atti­vità anti-governative. Che al con­tra­rio si sono inten­si­fi­cate: non solo nella capi­tale, ma in tutto il paese la guer­ri­glia pic­chia duro. Con­qui­sta posi­zioni. Avanza: omi­cidi mirati, ordi­gni esplo­sivi, vere e pro­prie offen­sive mili­tari. «Non c’è da stu­pirsi — ci ha detto Mir Ahmad Joyenda, già par­la­men­tare e ora vice-direttore del cen­tro di ricerca Afgha­ni­stan Research and Eva­lua­tion Unit — fa parte del ‘pro­cesso di pace’. I Tale­bani col­pi­scono duro per con­durre i nego­ziati da una posi­zione di forza». E la rea­zione dell’esercito è ancora inadeguata:

«Rischiamo di per­dere ter­reno. E di ritro­varci, dopo l’estate, con un paese ancora più instabile».

Che la sta­bi­lità possa arri­vare gra­zie a una migliore col­la­bo­ra­zione tra Kabul e Isla­ma­bad è una cosa a cui cre­dono in pochi. Due giorni fa è uscita la noti­zia che Nds e Isi, i ser­vizi di sicu­rezza afghani e paki­stani, fir­me­ranno un accordo per lo scam­bio di intel­li­gence. Nelle inten­zioni del governo Ghani ciò dovrebbe favo­rire il pro­cesso di pace. Ma per gli afghani è un rischio enorme: «Non mi fido del Paki­stan. E non sono la sola. — ci ha detto ieri Najiba Ayoubi, diret­trice del net­work di radio e gior­nali indi­pen­denti The Kil­lid Group — Sono anni che pro­met­tono di rinun­ciare al soste­gno ai Tale­bani, ma finora nulla è cam­biato». Per Najiba Ayoubi non è così posi­tiva nean­che la «bella noti­zia» di ieri, la con­danna degli 11 poli­ziotti nel «caso Far­khunda», la ragazza mas­sa­crata dalla folla per­ché accu­sata ingiu­sta­mente di aver bru­ciato un Corano. «Il giu­dice non ha fatto distin­zioni tra sol­dati sem­plici e fun­zio­nari con gradi più alti, non ha rico­no­sciuto le respon­sa­bi­lità indi­vi­duali. Ha con­dan­nato tutti alla stessa pena per lavar­sene le mani e dimo­strare che la giu­sti­zia fun­ziona anche qui».

Per Ayoubi, più che la con­danna di per sé, andrebbe enfa­tiz­zata la rea­zione della società civile all’uccisione di Far­khunda: «Una mobi­li­ta­zione così non si era mai vista. I mul­lah hanno cer­cato di scre­di­tarci, dicendo che la società civile è al soldo degli stra­nieri e non è isla­mica, ma il senso di fra­tel­lanza di quei giorni è ancora vivo, oggi. E aspet­tiamo che sia fatta giu­sti­zia com­pleta per Farkhunda».